 |
Mentre
la pittura di quest'ultimo ventennio del secolo cerca ancora, attraverso
le varie correnti, un'identità fuori d'ogni riferimento tradizionale
nello sperimentalismo più arrischiato, facendo risalire alla
ribalta i seguaci di Mondrian con superficie di campi di colore puro
e piatto; oppure fissando la trama delle visioni interiori nel libero
gioco dei colori e dei segni, come Kandinskij e Paul Klee; o ancora
come i "Nuovi Selvaggi", termine sotto il quale sono designati
un gruppo d'artisti che operano in Germania dalla fine degli anni Settanta
e che hanno dato un più che vitale impulso alla pittura del loro
paese sviluppando, in termini d'assoluta libertà espressiva,
nuove ipotesi d'aggregazioni linguistiche.
Carlos Cairo, nato a Colonia ma operante a Roma dal 1980, con la sua
pittura fissa la ricerca di un rapporto più diretto e istintivo
con la materia del dipingere, cioè colore e supporto, di là
dall' "espressionismo astratto statunitense o del tachisme francese
spingendo l'informale verso la forma che desta e accende, attraverso
la memoria, i ricordi che sembravano nascosti o volutamente dimenticati
dall'" IO " superiore.
Così, dicevo, mentre si sperimentano varie correnti, quali la
pittura "gestuale", Carlos Cairo sembra far ritornare la pittura
a se stessa e alla propria logica interna.
La linea di sviluppo appare singolarmente coerente nel graduale rifiuto
d'ogni elemento estraneo ad una dimensione rigorosamente pittorica e
nella parallela individuazione, verso tutti i condizionamenti d'uno
"specifico pittorico" fatto di materia colorata e di segno,
campo di una nuova e illimitata libertà d'espressione.
Così, che la paesaggistica, nell'informalità della sua
costruzione geometrica acquista, nello spazio, la negazione della bidimensionalità,
l'aggancio mimetico con la realtà e persino di trascrizione dell'inconscio
e dell'immaginario, fino a edificare un'ipotesi d'interferenza fra attuale
e memoria, fra spazi e fatti contingenti. Le parallele che s'incontrano
"sempre" all'infinito e che formano, attraverso i vari punti,
geometricamente parlando, altre rette che a loro volta ne creano altre,
quasi di far apparire casuali tutte le forme (quadrati bianchi e neri,
o azzurri e bianchi, dai quali scaturiscono uomini, fiere, oggetti),
che vengono a generarsi.
Il pregio di questa pittura (e il pregio della ricerca tecnica "rigorosissima"
di Carlos Cairo), è nella luce. La luce, appunto, sta alla base;
e la luce e il filo che unisce, che salda idealmente realtà apparentemente
lontana e innesta trasversalmente le esperienze di Carlos Cairo, proponendo
la marcata carica simbolica di una figurazione oggettuale (la scarpa
rossa sulla vetta avvolta dall'incandescente luce solare, la colomba
nera nella luce della notte - e la notte qui ha luce -, il telefono
rosso che congiunge le sponde dei due emisferi ecc... ecc...), oggetti
che, attraverso procedimenti personalissimi tendono a porsi, a costruire
i nuovi rapporti fra l'uomo, il suo ambiente e la sua filosofia, di
nuove dimensioni di coinvolgimento dello spettatore chiamato dall'opera
a divenire attore dell'evento esaminando, introspezionalmente, il proprio
esistere.
|